Terzapagina... di Romano Augusto Fiocchi
La messa nera – il giallo dell’estate (2ª puntata)
11/08/10
Il telefono trillò.
– Marescià.
– Macché marescià, sono il brigadiere Belli.
– Brigadié, – disse il maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone. – Don Luigino sa chi cazzo è, ma io so anche dove si trova.
Fu così che gli indicò la baracca del Barbisón, sull’argine destro del fiume, luogo di ristoro per pescatori e per coppiette che si appartavano lungo le sponde. Venti minuti dopo, il brigadiere Belli era sul posto con l’appuntato Rosario Valente.
La baracca di legno si distingueva appena, immersa com’era nella nebbia che saliva dal fiume. Il silenzio della campagna. Sul tetto marcivano le foglie cadute dai pioppi. Il camino fumava. Vetri opachi alle finestre, senza imposte. Dall’interno non proveniva alcun rumore, neppure il gracchiare della radio o della tivù.
Il brigadiere Belli spinse la porta. Una sensazione di gelo lo investì. E quell’odore. L’odore acre del male. Le sedie e i tavoli erano rovesciati. Il Barbisón era riverso sul pavimento. Pestato a sangue ma respirava ancora. L’appuntato Rosario Valente chiamò subito il soccorso medico. Il brigadiere si avvicinò. Fu allora che il Barbisón gli afferrò l’avambraccio e tra i baffi impiastricciati di rosso farfugliò un nome. Non era possibile. Il brigadiere Belli non poteva credere che a conciarlo in quel modo fosse stato il maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone.
Non c’era un minuto da perdere. Avrebbe fatto visita all’anziano collega.
La casa del maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone si trovava nella parte vecchia del paese, dietro il municipio. Era un appartamento a ringhiera a cui si accedeva dopo aver attraversato un cortiletto e imboccato una scala stretta e tortuosa che tra svolte e ammezzati si arrampicava sino al sottotetto. Il brigadiere Belli scese dall’auto del dottor Filippini, lo ringraziò per il passaggio e salì da solo, ansimando ad ogni gradino e incolpando il suo stile sedentario di vita. Giunto in cima si pulì gli occhiali, riprese fiato, bussò. Aprì una giovane donna, capelli biondi ricci raccolti sulla nuca, occhi grandi, verdi, viso tondo, guance un po’ paffute, mento sfuggente. Una creatura da fiaba. Lo fece entrare senza chiedere nulla. Gli sembrò di averla già vista, di riconoscere quelle unghie affusolate. La manicure assassina? Chissà dove nascondeva le sue polpette di carne umana. In realtà, l’avrebbe saputo più tardi, era la nipote di Vincenzo Schiavone. Ma al tempo stesso era anche una delle persone che frequentavano abitualmente San Quirico. Ecco dove l’aveva vista: l’interrogatorio. Gli aveva risposto soltanto con dei sì e dei no, come se non conoscesse altre parole. Timidezza. Gli aprì la porta del soggiorno e l’occhio del brigadiere Belli scivolò su un piccolo tatuaggio all’interno del polso: la sequenza di tre numeri nove. Chissà cosa significava. Si voltò verso di lei:
– Grazie, – disse.
Lei gli sorrise.
Fu allora che gli occhi del brigadiere Belli incrociarono i suoi. Il verde. Il colore delle sue iridi si era fatto trasparente. Il brigadiere Belli sentì una stretta al diaframma, qualcosa che non riusciva a spiegarsi. Un senso di fiacchezza, un torpore improvviso che gli scendeva lungo le gambe. Occhi di donna. E allora? Ne aveva visti a migliaia, e anche di più belli.
– Si accomodi, brigadié, – fece una voce.
Nel soggiorno, seduto su una sedia, un plaid sulle ginocchia, c’era un ometto vispo, i capelli bianchi tagliati a spazzola, la sigaretta in bocca, spenta. Un tic nervoso gli faceva strizzare di quando in quando gli occhi, piccoli e azzurri. Nessuno gli avrebbe dato gli ottant’anni che aveva.
Il brigadiere Belli lanciò un’occhiata alla stanza. Una pendola che scandiva il tempo. Una libreria scarna. Qualche soprammobile. Un divano coperto da un telo fiorato. Una poltrona di velluto con i braccioli lisi. Un tavolo dove troneggiava la sculturina di un carabiniere a cavallo. Le pareti erano piene di ricordi: fotografie di Vincenzo Schiavone in divisa, medaglie commemorative, bacheche con riconoscimenti, vecchi calendari dell’Arma, stampe ingiallite raffiguranti gli atti eroici dei carabinieri. Su una mensola, come se il maresciallo in congedo avesse dovuto calcarsela in testa da un momento all’altro, una lucerna da alta uniforme.
Il brigadiere Belli si pulì gli occhiali.
– Ebbene? – disse il maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone.
– Ebbene l’abbiamo trovato in fin di vita. Non so che cazzo possa c’entrare il Barbisón, lei invece lo sa. Il poveretto ha fatto il suo nome. Mi dica dove ha nascosto l’ampolla e la facciamo finita.
Vincenzo Schiavone strizzò gli occhietti e si irrigidì:
– Pensa che sia stato io. Si sbaglia, brigadié. Un carabiniere in congedo è sempre un carabiniere, – disse. Fece roteare la mano per mostrare che poteva passare soltanto da carabiniere in carabiniere.
– Sono stanco di portare questo peso, – disse. – Ma dopo la morte c’è tutta una vita per riposarsi. Del resto, brigadié, aspettavo questa occasione da quando sono entrato nell’Arma. Sapevo che prima o poi Lui avrebbe cercato di rubarla e speravo di essere lì, in quel tutto quel reliquiario che lo circondava. – E poi…
– E poi?
Il maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone strizzò gli occhietti azzurri e sorrise:
– Margherita! – disse. – Prepara la carrozza!
Un cigolio e la nipote si affacciò alla porta spingendo una sedia a rotelle. Il brigadiere Belli restò di stucco.
– È quasi un anno che non esco, brigadié, – disse il maresciallo in congedo. – Colpa delle scale. E di queste gambe, naturalmente. Il Barbisón mi ha chiamato al telefono, mi ha detto che due individui volevano a tutti i costi affidargli uno strano pacchetto. L’avrebbero anche pagato, purché lo tenesse ben nascosto. Il Barbisón non si è fidato e li ha cacciati. Ma i due devono averlo sorpreso mentre mi telefonava e gliel’hanno fatta pagare. Ecco come è andata.
Il brigadiere Belli restò pensieroso. Il maresciallo in congedo Vincenzo Schiavone strizzò gli occhietti azzurri e si accese la sigaretta. Gli avrebbe raccontato anche il resto della storia. Era un segreto di cui erano a conoscenza soltanto pochi eletti. Un segreto momento, a compiere il mio dovere. Purtroppo non è stato così. Toccherà a lei, brigadié, far fronte al suo attacco. Su, si sieda, ora le spiegherò.
Il brigadiere Belli era inquieto, si sedette come se le gambe fossero di un altro. Il maresciallo in congedo lo fissò con gli occhietti azzurri e li strizzò:
– Ha mai sentito parlare dell’ampolla inesistente? – disse. – Oh, si chiama così perché non deve esistere. E per tutti gli altri non esiste, le assicuro. Ma l’ampolla c’è. Non esiste ma c’è, per il nostro bene e per il nostro male. Il bene e il male dell’Arma, intendo. È un’ampolla fatta di ceramica, con una croce in rilievo al centro e chiusa con un sigillo di ceralacca. Il sigillo risale alla prima metà dell’Ottocento. Anche il contenuto. Penso che in origine fosse solo acqua benedetta, di quella usata per gli esorcismi. Ed è bene che da molti continui ad essere ritenuta tale. Perché Lui è sempre in agguato e sa che per quanto la si chiami inesistente, l’ampolla non solo c’è, ma aumenta il suo prestigio di anno in anno. Capisce? Non è il valore del pezzo in sé, ma è quello che rappresenta.
Il brigadiere Belli era confuso. Si tolse gli occhiali, li sfregò, si pose una mano sulla fronte spaziosa, come se volesse provarsi la febbre.
– È lo spirito dell’Arma, – disse il maresciallo in congedo. – Lo spirito delle migliaia di carabinieri che si sono succeduti sinora, generazione dopo generazione. E questo spirito si rafforza sempre di più, si nutre di nomi come D’Acquisto, Maritano, Rocca, Dalla Chiesa. Ma va anche protetto. Troppo rischioso portarlo in giro come fecero gli squadroni di cavalleria a Pastrengo, o quelli al comando del tenente Ainis a Monte Croce. L’eroismo è pericoloso, brigadié. Ecco perché da oltre un secolo l’ampolla inesistente è custodita in forma anonima in una chiesa sconosciuta che cambia in continuazione. Sempre parrocchie piccole e nascoste. E pochi, pochissimi, salvo il parroco della chiesa di turno e il graduato della caserma più vicina, sanno dove, come e perché, in modo da tramandarlo ai loro successori. Guai se cadesse nelle mani sbagliate. Anche se Lui ci proverà all’infinito. Perché il male è come il bene, insisterà all’infinito.
– Il male?
– Sì, il male che si incarna in Lui, la Bestia. Per questo noi dell’Arma, nonostante i nostri difetti, rappresentiamo il bene. Per questo Lui ce l’ha con noi. Per questo la chiesa è il luogo più sicuro. Ma tutto ciò non basta. Lui non si arrende. Insidia i preti, insidia gli uomini dell’Arma, ci prova in tutti i modi. L’ultimo tentativo risale agli anni di guerra, quando approfittò dell’occupazione tedesca e dell’indebolimento delle nostre forze. Fu nei pressi di Saluzzo. Ero ancora un allievo. La telescrivente ci inviò per errore il testo del verbale, prima che tutto venisse fatto sparire nell’archivio inesistente. Si trattava del quarto tentativo di furto, sventato per puro miracolo. L’ampolla venne nascosta in un’altra chiesa, e poi in un’altra, finché arrivò alla nostra, San Quirico. Dove è rimasta sino all’altro giorno. Lui la cerca, la sente, ed è sempre più vicino. Per questo bisogna spostarla di continuo. E il peggio è che Lui trova sempre qualcuno disposto ad eseguire i suoi ordini.
– Vuole dire che…
– Oh, il vecchio sacrestano non l’ha ucciso Lui direttamente, come non ha picchiato direttamente il Barbisón. Lui è il mandante. Ma gli esecutori si trovano sempre: basta un tossicodipendente, un disperato, un ex carcerato, una persona qualsiasi disposta ad ascoltare la sua voce.
Il cellulare del brigadiere Belli trillò. Era l’appuntato Rosario Valente. Dieci minuti e l’appuntato Valente sarebbe passato a prenderlo con l’auto di servizio. Il Barbisón stava meglio e aveva fornito ragguagli sugli aggressori. Uno era Mario Rampini, vecchia conoscenza: piccoli precedenti per spaccio e un fermo nell’ambito dell’inchiesta provinciale sulle sette sataniche. Quello che si dice un balordo di paese. Con lui c’era una donna. Parlava con uno strano accento.
[continua mercoledì 18 agosto]
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