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Terzapagina... di Romano Augusto Fiocchi
La messa nera – il giallo dell’estate (1ª puntata)
06/08/10
Nebbia, di quelle piovigginose. E poi silenzio. Profondissimo, irreale. L’interno della chiesa era diventato un mondo senza suoni. Non avrebbe mai immaginato, il vecchio sacrestano, che una volta morto si sarebbe riunita tutta quella gente silenziosa attorno al suo corpo. L’occhio sinistro gli era rimasto spalancato dallo stupore. Il destro chiuso, l’orbita cava sotto la palpebra cucita, conseguenza di quell’incidente da ragazzo quando aveva perso per sempre la vista di mezzo mondo. La bocca era semiaperta, sdentata, l’ultima parola rimasta appesa alle labbra secche. Sotto il mento, lo sfregio della morte: la gola squarciata da un orecchio all’altro. Un taglio irregolare, come quello di un apriscatole con la lattina dei pelati. Sulla ferita poco sangue raggrumato. Evidentemente la morte era sopraggiunta in altro modo, chissà: battendo la testa sul gradino dell’altare, oppure un infarto, spaventato dall’aggressore. Le braccia, pelle e ossa, gli erano rimaste piegate, le mani con le dita ad artiglio, come se avesse cercato di trattenere qualcuno. Sulla testa, calva, il segno scuro di un ematoma.
Questa era la scena che si era presentata nella chiesa di San Quirico agli occhi increduli di don Luigino, del brigadiere capo Donato Belli, del capitano Nello Negri, del medico Filippini, dell’appuntato Rosario Valente, del carabiniere scelto Pasquale Pellegrino e del fotografo Pierino Sacchi. Aspettavano in silenzio. Il fotografo aveva già effettuato i rilievi. Si attendeva il sostituto procuratore Matteo Pè che avrebbe autorizzato a rimuovere il corpo. Ma anche il tenente colonnello, partito dalla città, non voleva perdersi lo spettacolo e sarebbe arrivato a momenti. Si diceva preoccupato per la recente recrudescenza degli atti violenti, fenomeno inspiegabile in una provincia così tranquilla. Assente giustificato il maresciallo Bonacossa, a casa con un febbrone a quaranta per via di un colpo d’aria durante la festa della Virgo Fidelis. E proprio questo era il punto: il brigadiere Belli avrebbe dovuto sostituirlo. Ecco perché osservava così attentamente il cadavere da dietro le sue lenti da miope. Osservava e fiutava. Nell’aria gli sembrava di sentire l’odore acre del male.
– Cazzo, povero diavolo! – gli scappò detto a mezza voce mentre si puliva gli occhiali.
Don Luigino si voltò di scatto verso di lui. I suoi occhi erano atterriti:
– Che c’entra ora il diavolo? – disse.
Il brigadiere Belli fece un gesto e tacque. Non c’entrava nulla. Il riferimento al diavolo gli era uscito più per abitudine che per compassione. La vita gli aveva irruvidito il cuore e lui si difendeva guardandola dal lato sarcastico. Colpa di tutti quei delitti, sofferenze, litigi, arresti, insomma: l’avere a che fare con la parte brutta dell’umanità. Eppure ogni volta la presenza di un cadavere, fosse anche la vittima di un incidente stradale, gli metteva addosso un’idea della morte così terribile da impressionarlo.
In quel momento sentì una ventata di gelo, come se il movimento brusco di don Luigino avesse provocato una corrente. O piuttosto come se i suoi occhi atterriti avessero evocato una presenza inquietante che era stata lì, poche ore prima, per aiutare l’assassino a commettere il delitto.

Nei giorni successivi, con il paese immerso in quella nebbia autunnale che sembrava voler restare sino alla fine del mondo, il brigadiere capo Donato Belli pensò spesso allo scatto del prete e al suo sguardo. Occhi spaventati. Di più: occhi che guardavano oltre la morte. Tra le fiamme dell’inferno? Il brigadiere aveva riletto più volte il rapporto ma non vi aveva trovato il benché minimo indizio. Aveva interrogato tutti coloro che frequentavano abitualmente la chiesa. Un lavoro massacrante. E soprattutto inutile: il vecchio sacrestano viveva da anni in una stanza dietro la canonica, non aveva rapporti con nessuno se non con don Luigino. La spiegazione più plausibile sarebbe stata quella del tentativo di furto finito male. Ma don Luigino aveva smentito: tutto era risultato in ordine e, in ogni caso, in quella chiesa spoglia le cassette dell’elemosina potevano contenere sì e no venti euro. Uccidere per venti euro un vecchio con un occhio solo. Chi poteva essere stato. E perché tagliargli la gola quand’era già morto. Forse un avvertimento diretto al prete, perché non parlasse.
Il brigadiere Belli appoggiò i gomiti sulla scrivania, aprì uno dei soliti romanzi polizieschi e si mise a leggere. Faceva così, quando era a corto di idee. Sperava di trovare, nell’apparente casualità delle parole scritte, qualche suggerimento. Certo, gli ultimi libri che si era letto non avrebbero mai potuto aiutarlo. Quello del vecchio sacrestano non era un omicidio seriale, né occorrevano esami specifici da giustificare l’intervento dei colleghi del Reparto Investigazioni Scientifiche. Da idea però nasce idea. Abbassò gli occhi e continuò la lettura. Apprese così che delle vittime si trovavano soltanto le unghie perché il resto era trasformato in polpette e stipato in un congelatore. L’omicida era una manicure. Il mandante, il demonio. Il movente, il male in sé. L’assassino ipnotizzava le sue vittime mentre curava loro le mani, le conduceva a casa propria e lì faceva il resto.
Il brigadiere Belli si fermò e tolse gli occhiali. Ma come diavolo – ecco, proprio: diavolo, – come diavolo si faceva ad architettare una simile metodica disgustosa assurda trama? Chiuse il libro. Gli scrittori di oggi non sanno più cosa inventare. O forse è colpa degli editori. Il guaio è che poi gli psicopatici prendono spunto.
Il telefono trillò.
– Marescià, – fece una voce dall’altra parte della cornetta.
– Il maresciallo è malato, sono il brigadiere Belli.
– Brigadié, – disse la voce. – Bisogna ritrovarla al più presto, o sarà la fine.
– Trovare chi? Cosa?
Il brigadiere Belli l’aveva riconosciuto. Era l’accento inconfondibile di Vincenzo Schiavone, un maresciallo in congedo da anni, perlomeno ottantenne.
– Chieda al prete, – insistette la voce. – Don Luigino sa.
I preti sanno sempre qualcosa. Ma cosa. E perché don Luigino non aveva parlato. Forse l’omicida si era confessato da lui, per questo non poteva. Oppure era stato minacciato. Sì, la gola tagliata: se parli farai la sua stessa fine. La morte fa paura a tutti, anche ai preti.
Il telefono trillò di nuovo.
– Pronto, – disse il brigadiere Belli.
Nessuno. La cornetta si fece fredda, inerte, la mano di un cadavere. Nella stanza gli sembrò di sentire un odore acre. Strana sensazione, pensò il brigadiere Belli. E appese.
Il sacrestano, l’occhio cucito, la telefonata misteriosa, le unghie, le polpette di carne umana ipnotizzata, don Luigino nel confessionale con l’omicida, tutto vorticava lì nella sua testa. Il capitano Negri gli aveva dato carta bianca e si aspettava dei risultati. Uomo tutto d’un pezzo, Negri. Come quel Negri di Sanfront che nell’Ottocento aveva guidato la carica di Pastrengo. Nella storia dell’umanità i nomi e le persone sembrano ripetersi all’infinito. Lo stesso i sogni degli uomini.
Il brigadiere Belli pensò ai suoi sogni e scosse la testa.

Don Luigino non ne voleva sapere. Dapprima disse, fece, smaniò. Era un prete all’antica, di quelli che giravano ancora con la veste talare e la berretta. Credeva sicuramente che il paradiso e l’inferno esistessero davvero. L’uno per fare danzare gli angeli, l’altro per dare ai diavoli un lavoro da fochisti. All’improvviso si convinse, afferrò il brigadiere Belli per la manica della giacca e lo trascinò in sacrestia, davanti al finestrone. La luce illuminò il viso di un prete scavato da un’erosione interiore, la pelle di un brutto colore verdognolo.
– Non esiste generazione che non abbia sentito il peso del male, – disse don Luigino.
– Non capisco, – fece il brigadiere Belli.
– Ma sì, l’ampolla, – sbottò. – L’hanno rubata.
Il brigadiere sgranò gli occhi dietro le lenti spesse. Un furto. Ma di cosa? E perché non l’aveva detto subito?
– Non si deve sapere, – disse il prete. – Nessuno deve sapere, brigadiere. Non solo del furto, ma dell’esistenza stessa dell’ampolla.
– Un’ampolla?, – fece il brigadiere Belli. – E che cazzo sarà mai? Un reperto medioevale? Una reliquia? Un ex voto?
Don Luigino si chiuse nel mutismo più granitico. Gli occhi cerchiati si serrarono stretti, non volevano vedere altro. Tutta la sua corporatura minuta accennava di sì come se ripetesse che andava ritrovata e basta. Fu in quell’istante che piombò in chiesa il capitano Nello Negri. Si avvicinò a passi veloci come se una fanfara suonasse La Fedelissima.
– Ci sono sviluppi, brigadiere? – chiese affannoso.
Il brigadiere Belli salutò ed espose la storia del furto dell’ampolla. Don Luigino sembrava tremasse. Il capitano Negri voleva informazioni più dettagliate, perlomeno una descrizione dell’oggetto.
– Un’ampolla bianca, – si affrettò a dire don Luigino. – Forse di ceramica, chiusa con un sigillo di ceralacca. Una croce nel mezzo, sì, in rilievo. Contiene acquasanta.
– Un’acquasantiera da viaggio? – fece ironico il brigadiere Belli.
– Per esorcismi.
– La troveremo, – disse il capitano Negri con uno scatto d’orgoglio. – Fosse in mano al demonio in persona!
Non l’avesse mai detto. Don Luigino ripeté gli occhi atterriti:
– Ho bisogno di aria, – disse.
E scappò via.
– Il prete sa qualcosa, – disse il capitano Negri.
– I preti sanno sempre qualcosa, – fece eco il brigadiere Belli.

(continua mercoledi 11 agosto)...

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