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Terzapagina... di Romano Augusto Fiocchi
La Body Art nelle fotografie della Woodman
25/08/10

MILANO. La biografia di Francesca Woodman si può reperire facilmente in rete. Ma qui vorrei evidenziare un aspetto sostanziale, che è poi la chiave di lettura della sua breve produzione: Francesca Woodman è morta suicida a 22 anni, nel 1981. Era nata a Denver, in Colorado, ma diversi furono i suoi soggiorni in Italia. La sua attività fotografica va dal 1972, quando a 13 anni realizza un autoritratto con il volto coperto dai capelli (presente alla mostra), sino al fatidico 1981.

La mostra allestita a Palazzo della Ragione, in piazza Mercanti, raccoglie 116 fotografie di cui 114 in bianco e nero. Come definirle. Sono immagini dove la soggettività è trasformata in oggettività. Il corpo nudo dell’artista, grazie all’autoscatto, entra come personaggio nella fotografia. È un corpo senza volto, fatto soltanto di busto, braccia e gambe che diventano oggetti indipendenti tra loro. Una natura morta tra nature morte. Nessuna forma di esibizionismo ma l’utilizzo del proprio corpo come elemento fra altri elementi che costruiscono l’immagine. Per certi versi le torsioni spasmodiche del busto, privo di identità, ricordano quelle altrettanto anonime dei Prigioni di Michelangelo. Busti peraltro leggiadri e lisci quelli della Woodman, ruvidi muscolosi e sbozzati quelli di Michelangelo. Sembra che a chi le abbia chiesto perché utilizzasse se stessa come modella, l’artista abbia risposto: perché è l’unica modella sempre disponibile. Non è quindi il “proprio” corpo quello a cui la Woodman allude nelle sue fotografie ma “un” corpo umano.

Il viso, dicevo, è cosa a parte. La Woodman lo nasconde sistematicamente dietro a capelli, braccia, maschere, fondali, ombre, tagli fotografici. Dove lo mostra, nasconde invece il corpo, al massimo arriva al seno. Viso e corpo sono insomma due elementi incompatibili, immagini differenti di una identità sdoppiata. Non per nulla il tema del doppio si conferma nella presenza di vetri, specchi, superfici riflettenti, o semplicemente di ombre. Che alla fin fine non sono che una duplicazione dell’immagine del corpo. Volti finti, ovvero fotografie di volti, si sovrappongono ai volti veri e ne sdoppiano l’identità: nascondono quella vera per proporre all’obbiettivo quella finta, quella creata dall’obbiettivo stesso in uno scatto precedente.

C’è della Body Art, in tutto questo. Del resto siamo nel pieno periodo del suo sviluppo, gli anni Sessanta e Settanta. Ma la Body Art della Woodman ha una carica di provocazione diversa: il corpo è essenzializzato e inserito nell’inquadratura con attenzione estetica, cosa che le performance della Body Art ignoravano volutamente. Testimoniano l’attenzione per il bilanciamento di linee, forme e volumi due scatti complementari intitolati “Orizzontale” e “Verticale”. L’effetto orizzontale è dato da strisce parallele di nastro adesivo che la Woodman si è incollata su entrambe le gambe nude. Il taglio dell’inquadratura, ovviamente, si ferma al bacino.

Ma il corpo è anche movimento. Ecco allora una sorta di fantasmi, giochi di doppie esposizioni, personaggi femminili che aleggiano davanti all’obbiettivo come evocazioni evanescenti, esseri inconsistenti che contrastano con la materialità dei torsi nudi. Talvolta restano sospesi nel vuoto, come lo scatto emblematico riprodotto qui a fianco dove la Woodman crea una trasposizione tra il corpo colto in volo e una crocifissione.

Chiudono la mostra alcuni frammenti video realizzati dalla stessa Woodman dove ancora una volta è protagonista il suo corpo nudo collocato in interni essenziali e desolati, un corpo che si fa oggetto cospargendosi di vernici e mescolandosi così con le cose, che si spersonalizza al punto di perdere qualsiasi parvenza di sensualità o di volgarità. Forse sempre in ragione di quel suo gusto estetico che sapeva trasformare le immagini in poesia.

La mostra termina il 24 ottobre.

 

Quanto espresso dall'autore potrebbe non rimarcare il pensiero dell'Editore e quindi della stessa Redazione.


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