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A proposito della corrida...
29/08/10
Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Mario Bocchio "L’intento di proibire le corride di tori a Barcellona ha avuto ripercussioni in mezzo mondo e, nel nostro caso, anche da parte dell’Assessore Manuela Ulandi, che ha addirittura diffuso un comunicato per esprimere la sua gioia. Che prima della decisione del Parlamento Catalano era sentimento tremante d’indignazione verso coloro che godono di questo indicibile spettacolo di pura barbarie, erede di atrocità come quelle che infervoravano le moltitudini nei circhi romani e nelle piazze medievali in cui si bruciavano gli eretici. Pensate che la delicata aragosta che allieta le tavole, prima di finire nel piatto e tra le papille gustative, è vittima di un trattamento infinitamente più crudele di un toro da combattimento in un’arena, e senza la benché minima possibilità di rifarsi sferzando una stoccata al perverso cuoco. Le aragoste in particolare, e i crostacei in generale, vengono tuffati vivi in acqua bollente, dove vengono arsi a fuoco lento perché, a quanto pare, patendo quel supplizio la loro carne diventa più saporita grazie alla paura e al dolore che provano. E anche il granchio viene mutilato di una delle sue chele e restituito al mare, così che l’altra possa crescergli in modo elefantiaco e placare meglio così gli appetiti degli amanti di un tale manicaretto. Quanti sono, nella nostra città, ad avere visto dal vivo una corrida di tori? Ovviamente né io né nessun patito della cultura della festa dei tori obbligherebbe nessun altro ad assistere a una corrida. E l’unica cosa che si è sempre chiesto è una forma di reciprocità: lasciare decidere a noi se andare o meno a vedere i tori, nell’esercizio della stessa libertà che mettono in pratica coloro che si indignano davanti ad una corrida mangiando aragoste bruciate vive o granchi mutilati o indossando cappotti di cincillà, scarpe di coccodrillo o collane di ali di farfalla. La corrida, per alcuni, può rappresentare una forma di alimento spirituale ed emotivo tanto intenso e arricchente quanto un concerto di Beethoven, una commedia di Shakespeare o un poema di Vallejo. Nessuno può negare che la corrida di tori sia una festa crudele. Ma non lo è meno di altre infinite attività e azioni umane che riguardano gli animali, ed è una grande ipocrisia concentrarsi proprio sulla prima, e dimenticarsi od ostinarsi a non vedere queste ultime. Chi vuole proibire la tauromachia, in molti casi, e adesso nel caso di Barcellona, lo fa solitamente per ragioni che hanno a che fare più con l’ideologia e la politica che con l’amore sincero verso gli animali. Il toro da combattimento fino al momento in cui entra nell’arena è probabilmente l’animale più accudito e meglio trattato del creato, come hanno constatato tutti quelli che si sono presi la briga di visitare un allevamento di tori da corrida. Ma queste ragioni valgono poco o niente, di fronte a chi, a priori, proclama il proprio rifiuto e condanna una festa in cui scorre il sangue ed è presente la morte. Certo, è un suo diritto. Come lo è quello di muovere tutte le campagne possibili e immaginabili per convincere la gente a rinunciare ad assistere alle corride così che queste, per assenteismo, finiscano per languire fino a scomparire del tutto. Potrebbe succedere. Io credo che sarebbe un’enorme perdita per l’arte, la tradizione e la cultura; ma se deve avvenire così - nel modo più democratico, quello della libera scelta dei cittadini che votano contro la festa smettendo di andare alla corrida - bisognerebbe accettarlo. Ciò che è intollerabile è il divieto, una cosa che mi sembra tanto illecita e tanto ipocrita come lo sarebbe proibire di mangiare aragoste o gamberetti con la motivazione che non si devono far soffrire i crostacei (ma i maiali, le oche e i tacchini invece sì). La restrizione della libertà che questo implica, l’imposizione autoritaria nell’ambito del piacere e della passione, è una cosa che mina un fondamento essenziale della vita democratica: quello della libera scelta. La festa dei tori non è un’attività eccentrica e stravagante, marginale per il grosso della società, praticata da infime minoranze. In Paesi come Spagna, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia e nel sud della Francia è una tradizione antica, profondamente radicata nella cultura, un marchio di identità che ha segnato in modo indelebile l’arte, la letteratura, gli usi, il folklore, e che non può essere estirpata con fare prepotente e demagogico, per ragioni politiche di corto orizzonte, senza ledere profondamente le conquiste della libertà, principio centrale della cultura democratica. Vietare le corride, oltre a un oltraggio alla libertà, è anche giocare a fare finta, rifiutarsi di vedere a viso aperto quella verità che è inseparabile dalla condizione umana: che la morte ronza intorno alla vita e finisce sempre per sconfiggerla; che, nella nostra condizione, entrambe sono sempre intente in una lotta permanente e che la crudeltà - ciò che i credenti chiamano il peccato o il male - fa parte di essa, ma anche così la vita può essere bella, creativa, intensa e trascendente. Proibire i tori non attenuerà in nessun modo questa verità e, oltre a distruggere una delle manifestazioni più audaci e appariscenti della creatività umana, riorienterà la violenza ristagnata nella nostra condizione verso forme più crude e volgari, e magari verso il nostro prossimo. In effetti, perché inferocirsi contro i tori se è molto più eccitante farlo con i bipedi in carne e ossa che, per di più, strillano quando soffrono e in genere non hanno corna? "

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