– Ah sì, sono stato a Tropea, bellissima.
– Allora avrai visto anche Papaglionti. – domando io.
– Papa... che?
Papaglionti si trova a mezz’ora d’auto da Tropea. È un paese fantasma. Esattamente come i paesi fantasma del vecchio West. Solo che questo appartiene al nostro vecchio Sud, e per di più nasconde un mistero. Non ne conoscevo l’esistenza finché alcuni amici non mi hanno regalato un interessante volume: Antologia della Rivista di Letteratura Popolare “La Calabria”, curatori Filippo Curtosi e Giuseppe Candido (Città del Sole Edizioni, 2009).
Ancora una volta un libro, dunque. Perché è dalle suggestioni dei libri che nascono le storie. In questo caso si tratta di ballate, orazioni, leggende, proverbi, tradizioni e indovinelli affiorati dalla cultura popolare calabrese e dalle sue radici greco-albanesi. Il bimestrale “La Calabria”, fondato nel 1888 da Luigi Bruzzano a Vibo Valentia (all’epoca Monteleone), uscì proprio con lo scopo di salvaguardare nel tempo una documentazione orale che altrimenti sarebbe andata smarrita. La rivista, purtroppo, si spense nel 1902 insieme al suo direttore.
Sfogliando le numerose pagine in vernacolo, il mio istinto di narratore mi ha fatto soffermare sulla sezione dedicata alle novelle e alle leggende popolari, di cui alcune in italiano. In particolare l’antica leggenda di Papaglionti “La tromba del diavolo”, rievocata dalla penna di Vittorio Taccone in un numero della rivista uscito nel 1893. È una storia che ha la magia e l’asprezza delle fiumane calabresi. Narra dell’antico tempio di Santa Rosalia o, secondo altri, di San Grabriele, scavato nel tufo della collina appena dietro Papaglionti e visibile ancora a fine Ottocento ai margini di un vasto oliveto. Che ora non esiste più.
Per entrare nel tempio – spiega Taccone – bisogna scendere attraverso un ripido e profondo corridoio “pieno di ortiche e di spine” oppure percorrere una scalinata angusta. Si aprono così due grandi volte sotterranee divise e sostenute da tre colonne ciclopiche. La pavimentazione è ingombra di rottami e di calcinacci. Nelle volte si aprono due fori ovali per la ventilazione e l’illuminazione. Si vede così un intrico di corridoi colmati di terra, muri rovinati coperti di spine, cardi e altre erbe selvatiche.
Di qui si dipana la leggenda. Dietro una porta misteriosa ci sono tre mucchi di monete: d’oro, d’argento e di bronzo. È il tesoro che un demonio custodisce correndo in groppa ad un cavallo nero e suonando la tromba. La stanza del tesoro si apre una sola volta all’anno ma per impossessarsi delle monete bisogna prima strappare la tromba dalla bocca del diavolo e ridurla in frantumi. Altrimenti all’atto in cui il diavolo vi soffierà, le monete ritorneranno al loro posto.
Questa la leggenda. Troppo affascinante, trovandomi in zona, per non spingermi a verificare sul posto. Perlomeno per rintracciare i ruderi del tempio di Santa Rosalia o di San Gabriele che fosse. Dopo una maledetta strada di montagna dove persino il navigatore satellitare sembrava impazzire, non ho trovato il “piccolo villaggio detto Papaglionti” ma appunto un paese abbandonato da Dio e dagli uomini. Un paese fantasma. Negli anni Ottanta un’alluvione ha cacciato gli ultimi abitanti. La chiesa, senza porta né finestre, è stata oggetto di saccheggio e di vandalismi. Lo stesso è accaduto a un calvario in fondo alla strada principale (in fotografia). Le abitazioni – alcune con fregi e decorazioni in cotto – sono state svuotate di ogni cosa. Una vegetazione antropofaga si è impossessata di muri, balconi, tetti, con il solo scopo di cancellare Papaglionti dalla faccia della terra. Un po’ come la Macondo di “Cent’anni di solitudine”. Dietro il paese fantasma, la collina è inaccessibile per la vegetazione, e in ogni caso è proprietà privata. Insomma, non c’è stato verso di verificare l’esistenza dell’antico tempio sotterraneo. Tanto meno lo scalpitio del cavallo nero del demonio. Papaglionti e la sua leggenda restano un bagliore suggestivo della rivista di Luigi Bruzzano.
Un’ultima cosa. Paese fantasma o no, Papaglionti la si può visitare anche virtualmente. Basta digitarne il nome su Google Maps e trascinare l’omino che permette la visita virtuale. Ci si renderà conto come il “grande fratello” informatico stia censendo il pianeta. Ma è anche inutile dire che la visita dal vivo ha tutt’altra seduzione.
Quanto espresso dall'autore potrebbe non rimarcare il pensiero dell'Editore e quindi della stessa Redazione.


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