MILANO – L’ultima Thule è un luogo che appartiene all’immaginario collettivo, un luogo mitico del Nord che sta a indicare il confine della terra conosciuta oltre il quale sono soltanto le gelide distese dei ghiacci. Ma Thule è anche un luogo concreto, un piccolo villaggio collocato nella zona Nord-Ovest della Groenlandia. In entrambi i casi, Thule fa parte di un paesaggio fuori dal tempo, abitato da gente fuori dal tempo. Un paesaggio (ma forse è meglio dire un’atmosfera) che il fotografo islandese Ragnar Axelsson ha fermato con il suo obiettivo minuzioso in venticinque anni di ricerche che spaziano dai ghiacci della Groenlandia ai paesaggi mozzafiato dell’Islanda, alternando l’attività di fotoreporter per quotidiani come il Morgunbladid di Reykjavik e per testate internazionali come National Geographic.
La mostra, ospitata nella Sala Verri del Centro Culturale di Milano, via Zebedia 2, presenta una quarantina di immagini in bianco nero raccolte sotto il titolo “Immenso e fragile. Un racconto dal Nord”. È il racconto di una solitudine estrema, la descrizione di un pianeta pressoché disabitato, dove gli unici esseri viventi sono i pochi animali che si sono adattati al clima, e fra di essi alcuni esemplari dell’animale-uomo. I paesaggi immobili, eterni, colti da un occhio meccanico anch'esso immobile, appoggiato su un treppiede millenario, si contrappongono a istantanee da fotoreporter come Lungo il fiume Ranga, Islanda,1988: incontro di un cavallo di razza islandese e di un cane da slitta, il primo che sbuca nell’angolo in alto a sinistra dell'inquadratura, il secondo che bilancia i piani incrociati del paesaggio occupando l’angolo in basso a destra, una scelta di taglio che è di per sé spettacolare.
Gli uomini ritratti da Axellsson sembrano appartenere a un mondo che non esiste più. Tre esempi, che sono poi tre capolavori di narrazione fotografica: 1) Ittoqqortoormiit, Groenlandia, Regno di Danimarca, 1996, un vecchio sdentato dalla fisionomia plasmata dal clima, quasi fosse una roccia erosa dal vento del Nord. 2) Garŏakot, Mýrdalur, Islanda, 1995, dove il vecchio islandese Garŏakot cammina lungo la spiaggia incurante del mare che spazza la battigia, mentre il vento inclina l’immagine e la sospinge da un lato. 3) Tasiusaq, Groenlandia, Regno di Danimarca, 1990, ancora la Groenlandia, con una vecchia che mostra il viso scolpito da rughe millenarie e un occhio ormai inservibile, chiuso da secoli. È un muso da tartaruga umanizzata affacciata a una finestra di cui Axelsson inquadra soltanto due elementi del telaio in forma di croce, richiamo – più che alla fede cristiana – alla sofferenza silenziosa e all’accettazione filosofica dell’esistenza.
Certamente queste popolazioni hanno un altro concetto della vita e dell’umanità. Sono uomini che fanno ancora parte della natura, succubi della sua potenza, che si difendono a stento nell’unico modo possibile: adeguandosi al loro habitat. Allevano cavalli, tosano pecore, vivono di lavori manuali. Il silenzio accompagna ogni loro attività, si fa protagonista di ogni fotografia. Insieme ad esso, l’unica voce che si può udire se si tende l’orecchio: il vento.
Mi piace finire ricordando un’immagine carica di poesia. È quella del vecchio allevatore Sandoy (Sandoy, Isole Fær Øer, Regno di Danimarca, 1989) che suona l’armonica bocca per un puledro islandese. Il puledro sembra danzare con lui.
A corredo della mostra, oltre alla proiezione di un documentario sui fenomeni vulcanici dell’Islanda, c’è un opuscolo con le note di Axelsson che illustrano i soggetti di ogni singolo scatto. L’esposizione termina il 15 febbraio. Orari: da lunedì a venerdì 10-13, 15-18; sabato e domenica 16-20. Chiuso martedì. Ingresso gratuito.
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