“Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne.” Così comincia il libro preso da me in esame.
Si tratta di “Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro.
La scoperta di questo libro è avvenuta per caso. Sono stata spinta, involontariamente, da un moto di curiosità verso questo elegante volume con la copertura rigida e le rifiniture in oro. E’ il capolavoro di Fogazzaro a cui poi faranno seguito altre tre opere continuatrici di questo romanzo classico.
C’è stata, subito nelle prime pagine, una piacevole sorpresa che ha allietato la lettura e mi ha avvicinata molto al romanzo, sto parlando dell’introduzione nel corso della narrazione del dialetto veneto, usato non solo per alcune espressioni, ma in veri e propri dialoghi. La metà veneta che mi contraddistingue è stata felice di riscoprire un mondo linguistico che mi apparteneva pienamente nei primi anni di vita. I miei nonni veneti parlavano sempre in dialetto e, passando molto tempo con loro, si è verificato in me quel processo di assimilazione spontanea, tipico dei bambini, verso altre lingue. Immaginatevi una bambina di quattro anni che, parlando, inseriva involontariamente parole in dialetto veneto, senza neanche rendersi conto che alcune persone non le conoscessero. Questo generava spesso ilarità nei miei interlocutori. Con il tempo purtroppo ho perso la capacità di parlarlo in modo sciolto, e tranne che per qualche espressione, sento come scivolata via una parte importante delle mie origini.
Leggere il romanzo di Fogazzaro mi ha riportato alla mente il timbro vocale dei miei nonni, le loro battute, le discussioni tra loro e miei zii, o con mio padre. E’ stato un piacevolissimo ritorno al passato.
Il paesaggio che ci offre lo scrittore è quello del piccolo paesino della Valsolda, che si trova sulla sponda lombarda del lago di Lugano, siamo in un periodo di forti tensioni politiche associabili temporalmente alle vicende tra la prima e la seconda guerra d’Indipendenza.
Sono rimasta affascinata dalle descrizioni paesaggistiche dell’autore che ci porta nel vero “Piccolo mondo” incontaminato, dove i tratti dei personaggi si congiungono agli aspetti naturali del paesaggio del lago. Mi sento di dire che, in questo caso, il paesaggio entra di diritto tra i protagonisti del racconto grazie al sapiente uso descrittivo dell’autore, che rivede in alcuni aspetti della Valsolda la sua infanzia: autobiografica è la descrizione di casa Rigey che ricorda molto la casa sul lago di Lugano, dove Fogazzaro trascorre da ragazzo le sue estati.
Lo stampo del romanzo è sicuramente di tipo idealista e si nota una certa discendenza manzoniana: i personaggi hanno una duplice personalità che si esprime, da un lato, nel profondo ritratto psicologico offertoci dall’autore, dall’altro nella serenità ritrovata solo nel contatto con la quotidianità e la semplicità della loro condizione. E’ proprio il contatto con la terra natia a evidenziare il carattere autentico dei personaggi e i loro genuini valori spirituali.
Per farvi meglio comprendere l’importanza del paesaggio ho scelto una frase simbolo, a parer mio, di tutto il libro: “… il postino che portava le lettere in Valsolda non tre volte il giorno, come ora si portano, ma due volte la settimana, com’era la beata consuetudine del piccolo mondo antico.”
Questa è la descrizione meglio riuscita di quello di cui Fogazzaro vuole renderci partecipi: del paesaggio quasi edenico, che si affaccia su un lago a tratti consolatore, a tratti minaccioso e portatore di morte.
Tutti gli aspetti della vita quotidiana sono condotti con la massima sacralità, anche da parte di Luisa che poco cede allo spirito fortemente religioso di Franco, motivo poi scatenante, nel corso della narrazione, del loro distacco emotivo.
Nel 1985 Antonio Fogazzaro credeva ancora che bisognasse difendere “a spada tratta” i propri ideali, non per egoismo o volontà di sopraffazione, ma per coerenza con il proprio essere; ciò in cui si credeva, i valori tradizionali, non erano una parte della personalità, ma fondanti della stessa personalità, del proprio io interiore che condizionava il nostro agire e porci nei confronti del mondo.
Il piccolo mondo antico è oggi la parte più recondita di noi: è l’infanzia in cui si poteva giocare sulle strade senza che i genitori si angosciassero di non rivederci più, erano i tempi in cui se si ritardava a rientrare era per stare con gli amici e i diabolici cellulari non erano cose adatte ai bambini, erano i tempi in cui tutti bevevano dalla fontanella del paese e nessuno si preoccupava dell’acqua inquinata, erano i tempi in cui i nostri genitori andavano a fare il bagno a Tanaro e passavano il dì sulle rive sabbiose come fossero al mare, erano i tempi in cui noi ragazzini ci divertivano a passare le giornate estive in giro in bicicletta nelle stradine sterrate di campagna, il piccolo mondo antico era tutto ciò di più puro e genuino dentro di noi, era ciò che ci rassicurava e ci concedeva la libertà di agire come persone libere in un mondo tutto da scoprire, e non da temere.
Con molta nostalgia mi chiedo se tornerà mai quel piccolo mondo antico che ancora alla mia generazione (l’ultima degli anni ’80) ha regalato molte piccole emozioni e che, forse, non rivedremo mai più.


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