Un’altra singolare edizione Sellerio: Il copista. L’ho letto qualche mese fa e mi piace sintetizzarlo con questa espressione: una ricostruzione storica più verosimile che romanzata. È presumibile che la vecchiaia di un Petrarca sessantaquattrenne sia stata davvero così: il freddo intenso dell’autunno sui colli Euganei, la sua ulcera allo stomaco, i suoi molteplici disturbi intestinali, le sue preoccupazioni letterarie e la sua immensa solitudine.
Già, perché il 13 ottobre 1368 – data in cui si svolge il racconto – a Petrarca non è rimasta se non la compagnia taciturna di una vecchia serva. Lo scapestrato figlio Giovannino è morto appena venticinquenne durante la peste milanese del 1361 e il figlio naturale Giovanni, Malpaghini di cognome ma Petrarca di sangue e di talento, all’improvviso lo ha abbandonato sia come figlio sia come copista, lasciandolo in uno stato di profonda prostrazione.
Al Malpaghini subentra, almeno idealmente e con la stessa competenza, un copista del XXI secolo, ossia l’autore di questa ricostruzione storica: Marco Santagata. E Santagata, proprio come faceva il copista prediletto, segue passo passo il vecchio poeta nell’arco di tutta una giornata dandocene un’impietosa e amara caricatura.
Santagata non è un romanziere purosangue ma un grande studioso della letteratura italiana dei primi secoli e un esperto di Petrarca in particolare (Dal sonetto al Canzoniere, 1979, I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca, 1992, Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, 1999). Anche perché ci vuole davvero uno storico della letteratura per districarsi tra tutti quei “Francesco” e “Giovanni” che ricorrono nella vita di Petrarca. Francesco lui, il sommo poeta, Franceschino il nipote, morto ancora bambino nella casa di Pavia e figlio della figlia Francesca e del genero Francescuolo, e Francescona persino la vecchia serva che conosce tutte le abitudini dell’illustre padrone. E poi l’alternarsi dei “Giovanni”: Giovannino appunto il figlio morto, Giovanni (Malpaghini) il figlio naturale, Giovanni (Boccaccio) l’amico fraterno di Certaldo, Giovanni (Dondi) il medico personale e infine Giovanni (Colonna) il cardinale che gli fu mecenate.
E’ un Petrarca molto terreno, quasi stanco di vivere, quello che traspare da queste pagine. Un Petrarca sofferente nel fisico e lontano dalla raffinata spiritualità dei suoi versi, che cerca forza e ispirazione in qualche bicchiere di Borgogna. E il Borgogna bene o male funziona, i versi si compongono, si trasformano, cercano la musicalità e l’immagine, la perfezione, la bellezza assoluta. La Laura fisica diventa la Laura immortale immersa nel paesaggio poetico di Valchiusa: “Laura era giovane e bella. Non importava che in quell’aprile lontano fosse morta una donna obesa e invecchiata”. Santagata si infila nella mente di Petrarca, cerca di coglierne i meccanismi, i trucchi del mestiere, i procedimenti poetici. E ci riesce. Il lettore avverte e partecipa allo sforzo del vecchio poeta intento, ancora una volta, a creare.
Più sopra si è detto che il racconto si svolge tutto in una sola giornata: dal primo albeggiare, quando il protagonista si sveglia “di pessimo umore”, all’ora di cena. Le azioni e le condizioni di salute del poeta sono descritte nei più realistici dettagli, dai “fumi acidi” che gli risalgono l’esofago agli “stimoli al basso ventre”, alla saporita tazza di brodo di cappone con “i cerchiolini di grasso" che galleggiano sulla superficie. Inevitabile il parallelo letterario con un’altra vicenda che si svolge tutta in un solo giorno, il 16 giugno 1904. Narrata dall’alba a notte inoltrata con la stessa forza verista, è la giornata dell’ebreo irlandese Leopold Bloom, ovvero l’Ulisse di Joyce. Anche qui, come Petrarca rimpiange il nipotino morto (Franceschino), Mr Bloom rimpiange il figlioletto morto (Rudy), entrambi consapevoli di non avere più nessuno che porti avanti nel tempo il loro cognome.
Alcuni dati per i bibliofili: il volumetto è stato stampato su carta Grifo Vergata delle Cartiere Miliani di Fabriano, la sovraccoperta in carta Roma fabbricata a mano e appositamente allestita sempre dalle Cartiere Miliani per la collana Sellerio “Il divano”.
(Marco Santagata, Il copista, Sellerio Editore, 2000, pagine 144)
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